Su Niente è come te, a colloquio con Sara Rattaro.

Tecnicamente si dice: sottrazione internazionale di minore. E già l’espressione è brutta, è burocratese, intimorisce. Nasconde volti, nomi e storie, emozioni, vita, singolarità. Perché non si può dire con poche parole, non si può spiegare con una locuzione fredda la vicenda di quei bambini, di quei ragazzi nati in Italia, da coppie miste, da matrimoni binazionali che poi, in RattaroNuovaOKcaso di separazione, di divorzio, spesso vengono, di fatto, rapiti e allontanati. Una barriera di chilometri a dividere chi dovrebbe invece stare vicino.

Lo sa bene Sara Rattaro, genovese, autrice amatissima dai lettori, in finale al Bancarella con un romanzo dedicato a questo tema spinoso.

Niente è come te (Garzanti) ha scoperchiato un mondo. L’autrice si è immersa in un magma incandescente: quello di Francesco e Margherita. Padre e figlia, divisi, tenuti lontano a forza e in fondo senza un perché. Storia raccontata dopo tanto tempo passato in ascolto e a studiare. Serviva. Questa è una vicenda da avvicinare con tatto. Qui l’esattezza delle emozioni raccolte può ferire.

Proprio per questo non possiamo fare a meno di chiedere che cosa è stato più difficile nello scrivere questo libro?

La cosa più difficile è stata accettare che il racconto che avevo incontrato fosse vero e che il fenomeno della sottrazione internazionale dei minori coinvolgesse tantissimi genitori nonostante fosse un argomento di cui non si parla quasi mai. Dopo lo shock iniziale, ho avvertito l’urgenza di dare vita a Margherita e Francesco con la speranza di scrivere una storia per raccontarne tante.

Serviva pudore.

Il pudore è stato necessario nello stesso modo in cui lo deve essere per tutte le storie che si raccontano, soprattutto se realmente accadute. Io credo che per entrare nella vita degli altri serva, innanzitutto, tanta educazione e competenza. Ho studiato, ascoltato e verificato per rispetto di tutti quei genitori che vedono nel mio libro la speranza di far parlare della propria situazione.

Francesco e Margherita sono padre e figlia separati: da una mamma, Angelika. Impossibile, per il lettore, non provare antipatia.

Nessun astio per lei, pure.  E’ un personaggio fragile e l’ho trattato con il rispetto che ogni personaggio deve avere per essere credibile.

 Lei prima accennava al fatto che i media trascurano i casi di sottrazione internazionale di minore. Entriamo più dentro il fenomeno: i casi sono in aumento

I casi che coinvolgono l’Italia superano il centinaio all’anno e sono in aumento costante. Consideriamo che ci sono molti casi che non vengono denunciati per paura o perché non si potrebbe sopportare l’impatto economico che ne segue. Purtroppo lottare per un figlio non è una cosa che tutti si possono permettere. È difficile capirne l’entità precisa perché il ministero degli esteri non rilascia mai, nemmeno agli addetti ai lavori, i numero esatto dei bambini sottratti, quello che posso dire è che l’Italia è il paese a cui vengono sottratti più minori e che raramente questi mantengono un legame con il nostro paese, con la lingua e gli affetti italiani.

Dal punto di vista legislativo, le difficoltà sono legate al fatto che ogni paese europeo continua a comportarsi come se non facesse parte di una comunità unita e le leggi non prendono mai in considerazione i minori ma sono create per tutelare gli adulti. Il percorso e le cose da fare sarebbero moltissime ma è soprattutto necessaria l’intenzione.

 Quanto c’è di vero e quanto di finzione nel percorso di dolore della giovane protagonista che lei ha descritto?

Margherita è stata creata attraverso lo studio e l’osservazione. Mi sono affidata a una psichiatra specializzata in età adolescenziale e una psicologa esperta in casi di alienazione genitoriale. Margherita ha il difficile compito di urlare in faccia a tutti i genitori che le conseguenze della loro azioni le pagano sempre i figli, spesso dopo molto tempo.

Allora non è  forzatura sostenere che, comunque, i primi a rimetterci sono appunto i bambini?

No, tutt’altro, è proprio questo il cuore del problema che è spesso troppo ignorato e sottovalutato.

Il libro si apprezza molto per lo scavo psicologico dei personaggi che mette in essere ma quanto c’è di suo, dentro?

 Francesco esiste. Per raccontarlo ho lasciato che l’empatia che si è creata tra noi scivolasse sulle pagine. Margherita è arrivata di conseguenza. L’ho studiata e le ho dato il tempo di prendere forma. Per tutto il resto ho utilizzato i sentimenti nascosti nel mio animo, quelli di ex adolescente, di adulta e di figlia.

 Ci sono libri e libri: questo arriva al termine di una percorso autoriale gà importante. Sensazioni alla vigilia del Bancarella?

 Io sono molto onorata di far parte della sestina del Premio. Non avrei mai immaginato di meritare tanto perché mi porto ancora dietro l’incredulità e lo stupore di fare qualcosa che amo molto. Da ragazza non riuscivo a farmi leggere e per questo mai avrei immaginato di fare la scrittrice. Non credevo di esserne capace, così oggi, seduta tra i grandi nomi dell’editoria italiana, mi sento una privilegiata. Le sensazioni sono tutte molto positive perché positiva è l’esperienza che sto vivendo.

Un’ultima domanda, come per tutti, legata all’esperienza con il Premio: com’è andata in questi mesi, su e giù per l’Italia- pure da neo mamma? Sarà felice di essere a Pontremoli, il 19?

 È stato bello. Io sono abituata a girare per la promozione dei miei libri. Ho iniziato con un piccolo editore e per farti conoscere e leggere dovevo andare a cercare io i miei lettori. Oggi ringrazio di aver fatto la gavetta perché mi ha dato la misura di questo mestiere. L’esperienza vissuta da neo mamma è ancora più importante, mi sento responsabile anche per mio figlio. Un giorno gli racconterò questo momento.

Il 19 sarò emozionata, ne sono certa.

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