Intervista con Simona Sparaco

Sparaco_15I lettori hanno imparato a conoscerla:

è la scrittrice dei sentimenti esatti. Capace di guardare, come nessuno, dentro al cuore dei suoi personaggi. Niente sentimentalismo, non c’entra: è solo sapienza narrativa.  E Simona Sparaco, romana, di ritorno al romanzo con  Se chiudi gli occhi  (Giunti, 272 pp.,, 16 euro) dopo il successo di Nessuno sa di noi si è costruita molto di più di una nicchia di lettori che ha preso a seguirla e apprezzarla.

Il suo ultimo romanzo ambienta in uno sfondo familiare (di nuovo).

E’ la storia di Viola, ragazza forse in fuga. E di suo padre, uomo splendido, meraviglioso, un artista ma anche un bugiardo. Che, dopo essere scomparso senza un perchè, ritorna nella vita della protagonista con una proposta impossibile da rifiutare: un viaggio in una terra d’origine misteriosa e fascinosa, quei Monti Sibillini che forse faranno da sfondo alla rivelazione di un segreto custodito. In crescendo, passo dopo passo, quello di Sparaco si rivelerà un romanzo d’azione dei sentimenti.

Andiamo subito al centro: Se chiudo gli occhi è il romanzo di un padre e di una figlia. O, meglio ancora, della tensione che si sviluppa tra di loro. Mi ha colpito soprattutto la precisione. Lo scavo psicologico è davvero notevole. E’ lo scopo della sua narrazione?  

Lo scavo psicologico, l’introspezione sono fondamentali nel mio lavoro, nelle storie che scrivo. Se non percepisco i miei personaggi in modo reale, se non li vedo muoversi e parlare anche al di là della pagina scritta, non posso partire con la storia. Forse ti sembrerò banale nel citarti i sei personaggi di Pirandello ma sono così tremendamente corrispondenti a quello che succede a me quando scrivo. Credo inoltre che i miei romanzi seguano un filo conduttore di cui non ho ancora individuato coscientemente la trama. Scrivere è un’attività onirica che si compie da svegli, ma non propriamente lucidi. Molte cose, alla fine di un romanzo, mi appaiono chiare eppure ancora sfocate come quando si riemerge da un lungo sogno.

Scrivere di sentimenti vuol dire, per forza di cose, essere anche scrittrice sentimentale? Non mi sembra sia un’equazione..

Non lo è. Il termine “sentimentale’ in fondo rimanda a un genere ben specifico, la letteratura rosa. In passato ho scritto romanzi che potevano essere definiti in questo modo, ma credo che da Nessuno Sa di Noi in poi il mio percorso si sia fatto più intricato. Mi piace descrivere il “sentire” dei miei personaggi non necessariamente legato alle relazioni che hanno tra loro. Mi piace scavare, appunto, nel loro vissuto per mettere in scena, certo, anche i loro “sentimenti”.

L’altro grande filone di questo romanzo sono i luoghi. Più precisamente: i monti Sibillini. Terra di magia. Di donne straordinarie. Sono stati serbatoio di storie o semplice scenario? Forse un nume tutelare alla narrazione..

Ho scelto i Sibillini perché da donna, e per di più narratrice, ne ho sempre subito il fascino. Inoltre sono marchigiana di origine, e tutto è cominciato con una veggente di quella zona realmente esistita che mi ha ispirato il personaggio di Nora. Forse è stata proprio lei il mio nume tutelare durante questo magico percorso. E alla base c’era soprattutto la volontà di indagare in quel mondo al femminile, nelle sue misteriose leggende, che in passato, in quella terra, sono state tanto studiate. Basti pensare che il marchese de la Salle nel Quattrocento venne spedito dalla Francia per indagare sulle voci che correvano riguardo alla famigerata grotta dei Sibillini e  che, durante l’Inquisizione, Montemonaco fu il solo paese a venire interamente scomunicato. Vale la pena andarci per capire cosa può avermi mosso nella scrittura e affascinato al punto da costruire una trama così densa di “sentire”.

Pensando ai suoi lavori precedenti: sembra che la famiglia, o comunque i rapporti forti, siano la molla narrativa cui lei preferisce appoggiarsi. E’ così?

Credo che la famiglia sia il luogo dove tutto può accadere, dove quando si calano le maschere, si dà inizio a reali confronti, con implicazioni di una portata degna di un’Odissea. Mi piace indagare nei legami e quelli familiari sono il terreno dove mi muovo meglio. In fondo uno scrittore è anche uno psicologo che a certe cose ci arriva per intuito. Quando i legami sono stretti, gli strappi creano una drammaturgia più densa ed evocativa. Ed è il dramma lo specchio delle nostre forze e debolezze.

Lei ha già vissuto l’esperienza  al premio Strega – qualche anno fa fece parte della cinquina. Un successo straordinario che l’ha portata a farsi conoscere da migliaia di persona. Cosa si aspetta ora dal Bancarella? E’ una domanda che si fa ma vuole non essere banale. E’ importante il rapporto con i lettori!

Il Bancarella è, insieme allo Strega, tra i premi più ambiti. Arrivare in finale è già tantissimo. Questa volta però mi piacerebbe provare l’ebbrezza della vittoria. Stare sul podio è comunque bello, ma dall’alto la visuale è più nitida

E’ stato difficile tornare a scrivere dopo il successo del suo libro precedente? Si è chiesta maggiormente cosa si aspettavano da lei i suoi lettori?

Dopo Nessuno sa di noi mi si è complicata la vita su più fronti. Prima di tutto sono diventata mamma, e l’anarchia di cui potevo godere nella scrittura si è tramutata in un lavoro da timbro del cartellino. Inoltre una volta i miei lettori non avevano tutta questa influenza sulla mia vita di scrittrice, il loro giudizio ha cominciato a pesare di più quando sono subentrate dinamiche legate a problematiche sociali, alla soddisfazione di sapere di aver fatto qualcosa per risolverle. Ho subito un grande senso di inibizione nel rimettermi a scrivere dopo quel libro, ma è anche stato molto utile. Volevo allontanarmi da quel dolore per approdare a un luogo completamente diverso, e credo di esserci riuscita.

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